Il dialogo richiede che

abbandoniamo le nostre posizioni,

per entrare in quelle dell’altro,

acquisendo un’identità unica”.

L. Dupré

Riassunto:Il processo di comprensione reciproca fra persone, fra popoli, fra culture e fra continenti costituisce, oggi, la grande sfida pedagogica e politica. Al centro di ogni situazione volta alla cooperazione deve, pertanto, esserci sempre il dialogo. Una società della cooperazione richiede una socialità estesa, alimentata da un’eticità profonda. Vanno sollecitati tutti gli aspetti di una relazionalità ampia. Attraverso il procedimento dialogico può essere attivato un atteggiamento cooperativo, basato su tre elementi: a) l’accettazione incondizionata di ogni persona; b) il rispetto profondo della diversità; c) il fondamentale senso della corresponsabilità. Ascoltare in profondità richiede il sintonizzare il proprio animo sulle lunghezze d’onda della persona in difficoltà e delle situazioni problematiche. Questo richiede che non ci si fermi a un ascolto emotivo e neppure ci si limiti a un ascolto ideologico, ma ci si apra a un ascolto patetico.

Abstract: The process of mutual understanding between people, cultures and continents is, today, the great pedagogical challenge. At the center of every cooperative situation must always be dialogue. A society of cooperation requires an extensive sociality, fueled by a deep ethic. For this reason should be promoted all aspects of a large relationality. Through the process of dialogue we could trigger a cooperative approach based on three elements: a) the unconditional acceptance of each person, b) the profound respect for diversity, c) the fundamental sense of shared responsibility. Listen in depth requires tune your mind on the wavelength of the person in distress and problematic situations. This requires us not to stop to an emotional listening, nor limit ourselves to an ideological listening, but open to a pathetic listening.

Non è più possibile, oggi, rinchiudersi nel proprio mondo. Siamo tutti interdipendenti. La nostra stessa personalità – così come William Kilpatrick ha ben chiarito – costituisce contemporaneamente un bene personale e un contributo sociale[i].

Così pure, si deve considerare – assieme a Edgar Morin – che è necessaria una riforma del pensiero, consistente nel riunire ciò che si presenta separatamente. Inoltre, è necessario riuscire anche a trascendere il pensare nell’incertezza, scorgendo un orizzonte di senso che permetta di affrontare le incognite del futuro, prospettando, attraverso una progettualità costruttiva, le visioni dell’avvenire.

1. La società della cooperazione

Il processo di comprensione reciproca fra persone, fra popoli, fra culture e fra continenti costituisce, oggi, la grande sfida culturale e politica. Se Jeremy Rifkin prospetta una “civiltà dell’empatia” – la cui grande ondata empatica ha avuto origine con la venuta di Cristo –, condizione per lo sviluppo di una “coscienza biosferica”[ii], si deve poter costituire un “modello cooperativo” fra persone, fra comunità e sul piano internazionale, per poter produrre un “sistema a rete”, capace di soppiantare la gerarchia e la separazione netta di ruoli e funzioni, caratteristica  del “sistema piramidale”.

Si tratta di formare una “coscienza transpersonale”, ossia una coscienza che riesca a trascendere l’individualismo e superare il separatismo, espressioni queste di uno sguardo corto, incapace di scorgere con lungimiranza i grandi orizzonti dell’avvenire. Questo richiede la capacità di decentrarsi e di riconoscersi nel diverso, nel distante e nel difforme, ossia in tutte le forme di vita in cui è costituita l’umanità. Da tale tipo d’impostazione può scaturire un “modello cooperativo”, che consideri la diversità una ricchezza e non una questione di superiorità e inferiorità[iii].

La mentalità della cooperazione può sconfiggere la nefanda conflittualità e la selvaggia competizione. Si devono poter apprendere i due registri relazionali, che Paul Ricoeur individua nella “pedagogia privata” – che si scopre e si esercita nell’amicizia e nei rapporti col prossimo – e nella “pedagogia pubblica” – dove si possono apprendere il rispetto delle leggi e delle regole associative. Da qui l’importanza che assume l’amicizia morale, per la formazione delle virtù dell’apertura mentale, della disponibilità collaborativa, dell’ascolto e dell’aiuto[iv].

Solo in una visione edificante della superiore utilità dell’unificazione, ciò che costituisce la tensione evolutiva – nonché la consapevolezza del tornaconto di benessere personale e per tutta l’umanità – può ispirare le vie della cooperazione e dell’armonizzazione. Da ciò l’importanza dell’incontrarsi e del dialogare, per scoprire ciò che può essere compreso eticamente e condiviso socialmente, portando alla cooperazione e generando corresponsabilità.

2. Il cooperative learning

Si può, pertanto, parlare di un vero e proprio “paradigma del cooperare“, basilare per determinare un modo d’associarsi partecipe e responsabile. Tale associarsi, nella mentalità della post-modernità, si presenta ben diversamente dall’associarsi funzionalistico e strumentale della modernità: si tratta di un associarsi fondato non sull‘utilitarismo, ma sul riconoscimento del valore delle emozioni e sull’importanza dei sentimenti.

Dalla considerazione e constatazione del valore e della funzione del gruppo, discende l’utilità e la necessità di dover apprendere le varie modalità della vita sociale in situazioni culturali e lavorative di cooperazione. In questa prospettiva, il cooperative learning costituisce quella forma sociale di apprendimento di regole e di modalità operative, attraverso la condivisione di un progetto e la collaborazione alla sua realizzazione. Attraverso di esso si può attivare un autentico “sistema a rete“, caratterizzato dai seguenti aspetti:

a) i rapporti e le relazioni sono sia verticali sia orizzontali;

b) il poter passare da un sottogruppo a un altro con una certa libertà;

c) ogni membro può apportare, nelle sedi e momenti opportuni, il proprio contributo;

d) c’è un centro della rete, dove convergono le idee di tutti e si prendono le decisioni da parte della leadership;

e) la partecipazione è diffusa e la decisionalità è condivisa.

Per attivare tale sistema relazionale sono necessarie tre condizioni:

a) una visione d’insieme, che comprende le finalità da perseguire e i traguardi organizzativi da raggiungere;

b) la consapevolezza per ogni collaboratore del valore e della funzione del proprio contributo;

c) il coinvolgimento nei processi decisionali, con il conseguente impegno e corresponsabilità.

Nel sistema della cooperazione – dove il profitto passa da fine primario a effetto dell’efficienza e della produttività del sistema socio-economico – deve prevalere il parametro della condivisione e della corresponsabilità. Non ci deve essere una lotta di reciproca volontà di superamento – e nel peggiore dei casi anche di annientamento – ma una competizione al miglioramento.

Il sistema della cooperazione vive del reciproco riconoscimento di diritti e doveri, liberamente accettati come parti in causa di un’organizzazione e di ogni particolare comunità umana. All’interno di tale clima sociale l’autorità non costituisce una forma di dominio sulla libertà dei dipendenti ma può essere vissuta come centro vitale dell’organismo sociale, di cui si fa parte. A sua volta, chi è insignito dell’autorità, quale riconoscimento di capacità e attitudine, non sarà portato a intendere il suo ruolo come superiorità di comando, ma come un dovere verso i suoi collaboratori, tale che questi siano indotti a sentirsi tutti compartecipi, a vari livelli e con differenti funzioni.

Così, la lotta continua fra le varie parte di un organismo sociale produce alla fine diffidenza e sfiducia. La costante ricerca di cooperazione induce, invece, alla collaborazione e alla reciproca fiducia, accettando e riconoscendosi in un organo di coordinamento, funzionale per la decisionalità.

3. Lo strumento del dialogo

Una società della cooperazione richiede una socialità estesa, alimentata da un’eticità profonda. Per questo vanno promossi tutti gli aspetti di una relazionalità ampia: dalla relazione con l’altro alla relazione col gruppo, dalla relazione con l’umanità alla relazione con il Tutto[v].

 Da ciò la centralità della relazione: si tratta di considerare alla base di ogni intenzione e di ogni atto la relazione con le altre persone e gli altri esseri viventi[vi]. Da tale consapevolezza deriva la considerazione che siamo responsabili di ogni sguardo e di ogni parola che rivolgiamo agli altri, ivi comprese le omissioni. Conseguenza di tutto ciò è il rispetto, consistente nel farsi consapevoli della dignità di ogni persona e di ogni altro essere vivente, cercando di considerarne e comprenderne la storia e le condizioni di vita. Effetto ne è la reciprocità, rappresentante il senso della comprensione di tutti, percepita come riconoscimento e considerazione vicendevole.

Si tratta di quella “realtà relazionale”, che è una “co-costruzione” di significati, nella reciprocità di rapporti collaborativi, costituenti nel loro insieme il senso etico dell’umanità[vii]

Per tutto ciò, la condizione basilare per istituire una civiltà della cooperazione è riuscire ad attivare reciproche condizioni di ascolto. Si tratta di riuscire a dialogare fra persone, comunità, culture, popoli, senza la pretesa di assimilare l’altro al proprio pensiero o riportarlo alla propria visione del mondo.

E’ attraverso la reciprocità che nel mondo affettivo e nel mondo del lavoro ci si può considerare come membri della stessa comunità, della stessa organizzazione, della stessa società, con gli stessi diritti e doveri. La reciprocità – a livello di coscienza transpersonale – deve estendersi verso tutti i popoli e nei diversi continenti.

E’ all’interno di una situazione di reciprocità che si può istituire un vero dialogo[viii]. Questi si pone a tre livelli:

a) a livellopersonale: riguarda la dimensione interiore di ogni persona, dove la passione ispira riflessioni e motivazioni. E’ il luogo intimo dove si costituisce il “me” di ogni soggetto. E’ fatto di passione;

b) a livello interpersonale: costituisce la dimensione sociale della persona, fatta di reti relazionali, che permettono di entrare in rapporto col mondo e di farne parte. E’ lo spazio entro il quale si configura l’“io” di ogni personalità. E’ fatto di compassione;

c) a livello transpersonale: rappresenta la dimensione del “” ampio, dove si scopre il senso profondo dell’umanità e il farne parte, in compagnia di tutto ciò che chiamiamo “natura” e ”spirito”. E’ fatto di compartecipazione.

Tutti questi tre aspetti devono poter alimentare il dialogo di ogni essere umano con se stesso, con gli altri e con il mondo, per ampliare la coscienza, sino a farsi coscienza planetaria e biosferica.

Il cercare di dialogare deve rappresentare la condizione di base di ogni relazione inter-umana, quella sfera di condivisione dove – secondo Marin Buber[ix] – può istituirsi il velo colloquio, in cui ognuno possa riconoscere l’interlocutore come un uomo specifico, rivolgendosi a lui nella sua essenza. Da ciò la fondamentale importanza di alcuni basilari atteggiamenti relazionali, da coltivare come doti umane:

a) il saper ascoltare in profondità le esigenze intime altrui, cercando di mettersi al posto dell’altro, sapendo percepire le domande e riuscendo a fare quelle giuste. Questo richiede l’interessarsi sinceramente agli altri, incoraggiandoli a parlare di se stessi, facendo sì che ognuno si senta importante, soprattutto come persona;

b) il saper contribuire a realizzare un’atmosfera dialogica, basata sulla comunicazione genuina, sulla relazionalità rispettosa, sul confronto sincero ma anche sulla criticità propositiva e costruttiva.

E’ necessario riuscire a sostituire le atmosfere di “anti-dialogo” – strutturate su rapporti verticali, privi d’amore e senza comprensione – con atmosferedialogiche – plasmate sulla fiducia reciproca e sullo spirito collaborativo, come ha ben testimoniato e sostenuto Paulo Freire[x].

Attraverso il procedimento dialogico può essere attivato un atteggiamento cooperativo, basato su tre elementi:

a) l’accettazione incondizionata di ogni persona;

b) il rispetto profondo della diversità;

c) il fondamentale senso della corresponsabilità.

A tal fine ogni persona, che intenda assumere una responsabilità gestionale, deve saper incoraggiare e valorizzare tutti coloro che fanno parte di un progetto, potendo dare il proprio contributo, credendo in ciò che si può fare e ottenere. Deve incoraggiare a condividere e vivere la gioia delle conquiste, nonché lo scambio di idee e esperienze.

Si tratta di valorizzare tre fondamentali aspetti:

 a) le risorse e il potenziale di ogni persona;

 b) il senso di comunanza collettiva, che pur ammette e presenta simpatie    individuali;

c) le spinte creative e ideative, volte non solo a rendere tutti protagonisti, ma a far si che un sistema di servizi o un sistema produttivo sia sempre aperto al rinnovamento e disposto all’innovazione.

Quello che si deve costituire è il senso di un’interdipendenza positiva e costruttiva, lavorando e impegnandosi per obiettivi comuni, pur mantenendo il valore dell’apporto individuale e il riconoscimento di merito.

In tale prospettiva, ciò che deve essere sollecitato è sempre l’elemento dialogico all’interno del gruppo, agevolando i rapporti da pari a pari, come persone – pur nella diversità di funzioni e ruoli – nello star assieme in un genuino scambio comunicativo. Da tale autentico inter-scambio discende la diversità fra il dialogare – che ha al centro la relazione interumana e il logos – e il semplice conversare, il discutere e il chiacchierare.  Al conversare manca l’intenzionalità di volersi implicare e cambiare. Il discutere è ispirato e sollecitato dal voler far prevalere la propria idea o posizione. Al chiacchierare difetta la profonda comprensione del fenomeno di cui si parla, così come anche Martin Heidegger chiarisce in Essere e Tempo[xi].

Nel conversare prevale la stabilità nell’alternarsi dei protagonisti degli interventi. Nel dialogare s’instaura, invece, un certo squilibrio, che fa avanzare il gruppo verso riflessioni e considerazioni impreviste e inaspettate. Ed è all’interno dell’autentico dialogare che può svilupparsi l’arte dell’ascoltare.

4. L’arte dell’ascoltare

Non esiste vero dialogo senza un autentico ascolto. Potremmo dire che se il dialogo è il motore della cooperazione, l’ascolto ne rappresenta il motorino d’avviamento. La possibilità di attivare un clima dialogico e di ascolto è facilitata dall’impostazione dei work shop – dove tutti i partecipanti di un gruppo sono chiamati ad assumere un atteggiamento aperto al dialogo – creando le condizioni per una partecipazione collaborativa, evitando il costituirsi di barriere comunicative[xii].

In tale atmosfera relazionale diventano possibili le due fondamentali forme di ascolto:

a) l’ascolto empatico, costituito dal sapersi decentrare, immedesimandosi nel problema dell’altro e permettendogli, poi, una visione più ampia e distaccata della difficoltà incontrata;

b) l’ascolto attivo, basato sull’opportunità che si offre di rispondere a domande, servendosi di supposizioni e d’ipotesi, cercando di cogliere il sentimento, che ha mosso l’interrogativo o spinto la richiesta.

E’ riuscendo ad ascoltare, che si perviene all’atteggiamento ipotetico, alimentandosi all’umiltà di chi sa che ogni situazione è diversa e unica. Sapere non basta. E’ necessario riuscire a intuire la domanda intima e poter cogliere lo stato interiore del sentimento (paura, ansia, attesa, aspettative, rabbia, risentimento, preoccupazione, interessamento, speranza, ecc.).

Per ascoltare in profondità bisogna tener presente la relazione interumana e la rete emotiva che s’istituisce. Eugenio Borgna afferma che “c’è sempre relazione e, cioè, costruzione, sia pur fragile e frammentaria – di ascolto e di dialogo, d’intersoggettività e di reciprocità[xiii] E’ in tale prospettiva che ci si deve porre come uomini della domanda e non subito come uomini della risposta. L’uomo della domanda è colui che cerca di porsi dal punto di vista dell’altro. Si tratta di un atteggiamento di compassione profonda, derivante della capacità di provare empatia per un altro, per una comunità o per una situazione di vita[xiv].

Tale atteggiamento empatico si basa sulla capacità di ascoltare in profondità, sintonizzando il proprio animo sulle lunghezze d’onda della persona in difficoltà o delle situazioni problematiche. Questo richiede che non ci si fermi a un ascolto emotivo e neppure ci si limiti a un ascolto ideologico, ma ci si apra a un ascolto patetico. Si deve, infatti, distinguere fra:

a) l’ascolto emotivo: basato sull’emotività e sulla momentaneità, limitato alla percezione dell’immediatezza. E’ destinato a svanire presto nel tempo, assieme alla sollecitazione che ha generato l’emozione;

b) l’ascolto ideologico: limitato a ciò che rientra nei propri schemi mentali e nel proprio sistema di valori, diffidando di tutto ciò che si presenta come diverso e distante dalle proprie convinzioni;

c) l’ascolto patetico: basato sull’interessamento e sulla compassione, prodotto di appassionamento e richiedente un’apertura mentale.

L’ascolto patetico è possibile se ci si accorge della presenza e dei problemi delle altre persone. Nel riferirsi alle situazioni problematiche, rappresenta ciò che mette in moto un meccanismo di compartecipazione. Da qui l’attenzione verso i bisogni degli altri e la disponibilità a condividere situazioni di vita, entrambe condizioni della possibilità del prendersi cura[xv]. Paul Ricoeur definisce, per questo, l’ascolto come un “luogo pre-etico” e il dialogo come quello spazio nel quale sorge l’etica.

Una leadership cooperativa deve possedere tale predisposizione, mossa dalla volontà di condivisione, spinta dall’interessamento e costruita con l’intelligenza[xvi]. Per questo, il primo movimento etico-esistenziale è quello della compromissione, ossia il farsi coinvolgere. Il secondo movimento etico-razionale è quello della commisurazione, ossia del confrontare e soppesare, per scegliere e adattare alla situazione le modalità dell’intervento[xvii].

5. Considerazione conclusiva

Per tutto ciò che è stato rilevato, ci si è resi conto dell’urgenza di promuovere una società della cooperazione. Ci si deve impegnare in ogni ambito formativo e lavorativo per aumentare il livello del dialogo e le condizioni per dialogare. Questa la strada pedagogica per costituire una civiltà della cooperazione pacifica e solidale. A questo è deputata una nuova leadership etica.

Questo il compito etico che una leadership etica deve assumersi, accomunata da un senso etico transculturale e transnazionale. Una crisi come quella odierna non può trovare solo nella finanza e nell’economia la risposta risolutiva: la strada maestra è quella via etica, che permetta di riscoprire il senso del giusto e dell’equo, di là da ciò che si è venuto a costituire attraverso morali storicamente condizionate e punti di vista culturalmente inadeguati.

La “civiltà della cooperazione” deve saper guardare avanti. Significa riuscire a recuperare quel mondo valoriale che ha fatto la storia delle civiltà e che in ogni epoca deve poter essere riscoperto. Di rinnovamento sociale si tratta: un rinnovamento possibile solo se non ci limiteremo ad affidare a un freddo management le sorti del nostro futuro, ma se sapremo alimentarci a quel senso etico-sociale di chi, in ogni contesto di formazione e di lavoro, sarà chiamato a impegnarsi per organizzare attività e fornire modelli di vita e d’impegno etico.

Questa l’avvincente scommessa storica di un’autentica leadership etica, da giocare sino in fondo nel confronto esistenziale e nel riscontro lavorativo, ma soprattutto in tutti quei luoghi della formazione, dove poter individuare quelle persone ispirate da passione, dotate d’equilibrio e fornite di senso di responsabilità, cui affidare il compito di impostare e delineare quel virtuoso ed esemplare modello cooperativo, volto a rendere tutti i membri di ogni comunità civile compartecipi e corresponsabili[xviii].

Tutto ciò richiede che il “modello cooperativo” non sia destinato solo alla vita pubblica e lavorativa, ma riguardi anche la nostra vita privata, come stile relazionale di ogni persona con se stessa e con gli altri, nel suo relazionarsi al mondo. Da ciò la necessità che inizi a sorgere una nuova civiltà della cooperazione. Le problematiche ambientali e sociali, necessitanti del costituirsi di una coscienza planetaria, lo richiedono ed esigono con urgenza e tempestività.


[i] Cfr. Kilpatrick W. (1964), Filosofia dell’educazione, La Nuova Italia, pp. 162- 175.

[ii] Cfr. Rifkin J. (2011), La civiltà dell’empatia, Mondadori pp. 566-570.

[iii] Cfr. Mollo G. (2012), La civiltà della cooperazione, Morlacchi, pp. 105-114.

[iv] Cfr. Mollo G. (2009), Aspetti pedagogici nel pensiero di Paul Ricoeur, in “Pedagogia e Vita”, n. 5-6, settembre-dicembre, pp. 83-98.

[v] Nell’altro – seguendo in questo la visione di Aldo Capitini – va saputo riscoprire l’Altro, come presenza religiosa, che unisce tutta l’umanità, da riconoscere attraverso la “prassi dell’amorevolezza”.

[vi] Cfr. Mollo G. (2017), Relazione e formazione, in G. Mollo (a cura di), All’inizio è la relazione, Aracne, pp. 23-25; 27-30.

[vii] Cfr. Mandolini R. (2021), Projet management, Youcanprint, pp. 30-33.

[viii] Cfr. Mollo G. (2012), La civiltà della cooperazione, ed. cit., pp. 207-211.

[ix] Cfr. Buber M. (1975), Il principio dialogico, Edizioni di Comunità, p. 215.

[x] Negli anni 60, Paulo Freire ha condotto un’esperienza, in Brasile, basata su “circoli di cultura” e confluita nel “Movimento di educazione popolare”. Furono istituiti – nel 1962 – 1300 “sindacati rurali” nelle regioni più povere del nord-est, con quindici milioni di analfabeti su venticinque milioni di abitanti. Fu elaborato e attuato un piano per alfabetizzare due milioni all’anno di persone, attraverso 20.000 circoli, con il fine della coscientizzazione delle masse (cfr. P. Freire, L’educazione come pratica della libertà, tr. it., Mondadori, Milano 1973, pp. 67-68).

[xi] Per questo, Martin Heidegger sostiene che la “chiacchera” è la pretesa di voler parlare di tutto, senza alcuna preliminare appropriazione della cosa da comprendere, considerando che il linguaggio presuppone sempre la comprensione e l’interpretazione.

[xii] Cfr. Gordon T.(1991), Insegnanti efficaci, Giunti Lisciani.

[xiii] Borgna E. (2009), Le emozioni ferite, Feltrinelli, p. 22.

[xiv] E’ in tal senso che Jeremy Rifkin sostiene che Schopenhauer è stato il primo a descrivere un rapporto empatico, anche se non ha usato proprio questo termine, ponendolo alla base dell’atto morale e in forza del convincimento dell’essere tutti uno stesso essere (cfr. J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, ed. cit., pp. 321-322).

[xv] Cfr. Mollo G. (2006), Le condizioni pedagogiche della cura, in V. Boffo (a cura di), “La cura in pedagogia “, CLUEB, pp. 119-128.

[xvi] Cfr. Mollo G. (2016), Il leader etico, Morlacchi, pp. 55-58.

[xvii] Cfr. Mollo G. (2004), Il senso della formazione, La Scuola, p. 63.

[xviii] Cfr. Kilpatrick, W. (1964), Filosofia dell’educazione, La Nuova Italia, pp. 162-175.

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  • Gaetano Mollo

    Gaetano Mollo, già professore ordinario di "Filosofia dell'educazione" all'Università di Perugia, è stato presidente del corsi di laurea in "Filosofia" e "Etica delle relazioni umane". Oltre alle cinque discipline, che ha insegnato all’Università (Filosofia dell’educazione, Pedagogia generale, Pedagogia sociale, Didattica generale e Metodologia e Didattica), ha insegnato anche presso il Teologico di Assisi, le Scuole di specializzazioni per insegnanti e l’Istituto Progetto Uomo. É autore di circa 380 pubblicazioni, fra cui gli ultimi libri: La civiltà della cooperazione, Il leader etico, Filosofando sull’educazione, Bulli si diventa, Al rogo. L’ultimo Gran Maestro dei Templari. Ha svolto circa 800 relazioni - tra convegni scientifici e conferenze - in tutta l’Italia ed anche in Germania, Spagna, Svizzera e Romania. E' presidente - dal 2003 - del Comitato del Comune di Foligno per lo studio e la promozione dell’Opera di Pietro Ubaldi. In tale veste, oltre a una decina fra saggi e articoli, ha scritto i libri Pietro Ubaldi biosofo dell’evoluzione umana e La Visione di Pietro Ubaldi (www.gaetanomollo.it).

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