“We can’t control systems or figure them out. But we can dance with them!”

(tratto dal saggio di Donella Meadows  “Dancing with Systems” pubblicato nel 2001)

1. Il punto di partenza: l’incertezza non si elimina (si governa)

Nei progetti con molti domini e attori, l’incertezza non è un difetto del piano: è una proprietà del sistema. Più dettaglio e rigidità spesso producono solo un’illusione di controllo. Nei sistemi complessi, interdipendenze, ritardi e feedback rendono poco replicabile ciò che “funzionava ieri”. Governare l’incertezza significa trasformare informazioni imperfette in decisioni responsabili e riconoscere che anche rinviare è una scelta.

2. Il progetto come sistema (e come «grey box»): cosa possiamo conoscere davvero

Se accettiamo che l’incertezza è strutturale, la domanda diventa che cosa stiamo gestendo quando “gestiamo un progetto”?

Nei contesti complessi, un progetto è un sistema temporaneo che vive dentro un sistema più ampio (il contesto) e interagisce continuamente con esso.

Da qui due conseguenze operative:

(i)                  Conosciamo sempre solo una parte delle interazioni;

(ii)                I confini del progetto sono interfacce attraverso cui entrano input addizionali.

In sostanza, gestiamo un sistema che possiamo comprendere solo in parte: una grey box, di cui osserviamo alcuni input e output ma non tutte le dinamiche interne né le influenze esterne. Il rischio è decidere sulla base di una “mappa” che non coincide più con il “territorio”, mentre il contesto continua a evolvere.

I confini del progetto sono interfacce: stakeholder, vincoli ambientali o normativi e meccanismi di governance introducono input aggiuntivi che alterano tempi e scelte. “Gestire” significa presidiare queste interfacce e rendere esplicite le assunzioni prima che diventino punti ciechi.

3. Leggere i feedback: come il sistema ci risponde (e cosa farne)

Nei sistemi complessi, il feedback è il modo in cui il sistema risponde alle decisioni e quindi il principale strumento per comprenderlo. Gli effetti tornano spesso con ritardi e amplificazioni: “danzare” significa osservare e reagire senza aspettarsi un rapporto lineare tra azione e risultato.

Un piccolo scostamento può restare silente e diventare visibile quando un vincolo si satura. Per questo conviene leggere ritardi e accumuli; backlog, difetti, attese decisionali e stress organizzativo sono segnali di traiettoria, non solo “problemi”.

I KPI funzionano come sensori: alcuni misurano lo stato (stock: arretrati, difetti, richieste pendenti), altri la traiettoria (flow: lead time, closing rate, tempi decisionali). Confondere stato e traiettoria porta spesso a reazioni tardive.

Un feedback inatteso non è solo un’anomalia da correggere ma anche un’informazione su confini, interdipendenze e assunti che non stavamo vedendo. La domanda utile non è “chi ha sbagliato?”, ma “che cosa ci sta dicendo il sistema della nostra rappresentazione?”.

4. Strategie operative: sperimentare, contenere, orientare

Se il progetto è un sistema che reagisce, la domanda diventa come ottenere informazioni affidabili e orientare il comportamento emergente. Nel project management significa introdurre micro-azioni che accelerano l’apprendimento, limitano gli effetti indesiderati e mantengono l’organizzazione adattabile.

Molte scelte restano ipotesi finché non vengono testate nel sistema reale. Per questo servono piccoli esperimenti (probe) sulle assunzioni critiche, in logica safe-to-fail: reversibili, limitati e con criteri di stop espliciti, così da massimizzare l’apprendimento e minimizzare i danni.

Per “danzare” non serve libertà totale, servono vincoli abilitanti e confini minimi (scopo condiviso, criteri di priorità, regole di escalation, linguaggio comune sugli indicatori) che rendano produttive le interazioni senza irrigidire il sistema.

5. Dove intervenire: le leve che contano (senza inseguire gli eventi)

Una volta accettato che il progetto è un sistema, il tema non è “fare di più” ma scegliere dove agire. Conta distinguere tra interventi che spostano temporaneamente un indicatore e interventi che cambiano le condizioni che generano quel risultato. Il passaggio decisivo è dall’ansia di controllo alla disciplina del governo.

La tentazione è agire sui numeri visibili (scadenze, % avanzamento, costi). Ma la leva raramente è l’indicatore bensì il processo che lo produce. Bisogna agire sulla qualità e la tempestività dell’informazione, modificare le regole decisionali ed i vincoli abilitanti, e migliorare la gestione delle interfacce.

Per riuscirci occorre rivedere i flussi informativi, ridurre l’ambiguità su priorità, variazioni ed escalation, chiarire i ruoli decisionali e proteggere buffer e interfacce critiche. Quando invece si irrigidisce tutto, ogni deviazione diventa escalation, i decisori si saturano e il sistema si blocca.

I sintomi sono noti: più controlli senza decisioni, più report e meno velocità. In questi casi conviene chiedersi quale feedback stia amplificando il problema: quale regola genera attrito, quale informazione arriva tardi, quale interfaccia è diventata un collo di bottiglia.

6. Governance adattiva: progettare il controllo che non produce fragilità

In contesti complessi, la governance non può limitarsi a proteggere il piano: deve diventare un sistema decisionale che apprende. L’obiettivo non è controllare di più, ma costruire feedback rapidi, responsabilità chiare e un ritmo di governo che non trasformi ogni variazione in burocrazia.

Per evitare questa deriva, serve una governance adattiva: pochi vincoli abilitanti, sensori utili (KPI come segnali, non come consuntivi) e processi decisionali capaci di distinguere tra ciò che va standardizzato e ciò che va esplorato. In pratica, stabilità dove serve e libertà dove produce apprendimento.

Tre elementi risultano determinanti:

  1. effettuare revisioni rapide e ricorrenti sui segnali leading,
  2. prendere decisioni chiare, assegnando senza ambiguità una responsabilità esplicita (owner),
  3. e prevedere meccanismi di escalation semplici, con soglie ben definite.

Così si riducono il rumore (meeting e reporting che non cambiano nulla) e la latenza (problemi che maturano sottosoglia).

L’apprendimento deve entrare nella governance: un learning log, retrospettive periodiche e aggiornamento trasparente delle ipotesi di piano e KPI aiutano a trasformare gli imprevisti in miglioramenti concreti.

Ogni evento inatteso di rilievo deve generare un miglioramento tangibile, come l’introduzione di un nuovo indicatore o sensore, la modifica di una regola, oppure una decisione di riallineamento. Se l’unico risultato è un incremento del controllo, significa che il sistema sta acquisendo fragilità invece che robustezza.

7. Dal caso alla pratica: una micro-storia di governo (non una crisi)

Nei sistemi complessi, le emergenze raramente esplodono all’improvviso: di solito nascono da interazioni distribuite e da ritardi informativi. Per questo l’osservazione dei segnali anticipatori è decisiva per evitare che piccole anomalie diventino crisi.

Immaginiamo un progetto con più team e un fornitore: una piccola modifica a una specifica d’interfaccia sembra innocua ma, dopo qualche settimana, genera accumuli nell’integrazione, difetti downstream e instabilità nella pianificazione. Quando dipendenze o versioni non sono allineate, le rilavorazioni emergono tardi e costano molto di più.

I segnali utili non sono quelli finali, come ritardi di milestone o aumento dei costi, ma quelli che fanno vedere l’accumulo prima che diventi problema. Si possono leggere in tre famiglie:

  1. Stock: backlog di integrazione, eccezioni manuali, difetti riaperti; segnalano accumuli e congestioni.
  2. Flow: lead time, ritmo di chiusura dei difetti, tempi decisionali; contano soprattutto i trend.
  3. Informazione: assunzioni implicite e artefatti non allineati; quando “pronto” non coincide con “integrato”, l’attrito cresce.

Ne deriva una disciplina di conversazione. Infatti, è più produttivo discutere di interfacce (cosa entra e dove si accumula), vincoli (cosa rallenta) e ipotesi (cosa si sta testando), piuttosto che limitarsi allo “stato”.

La lezione è semplice: governare significa vedere prima, decidere prima e imparare prima, intervenendo su interfacce e regole minime prima che l’accumulo diventi crisi.

8. Conclusioni: che cosa cambia domani mattina nel modo di gestire

Che cosa dovrebbe cambiare, domani mattina, nel modo di gestire?

  1. Definire sistema e confini. Dichiarare scopo, interfacce e assunti: senza perimetro si controlla la mappa mentre il territorio evolve altrove.
  2. Progettare feedback utili. KPI e dashboard servono a rendere visibili accumuli, ritardi e trend (leading), prima che diventino un’emergenza.
  3. Agire sulle leve, non sugli eventi. Informazioni, regole minime, ruoli decisionali, interfacce e buffer cambiano le condizioni del sistema; “più pressione” spesso irrigidisce e opacizza.

Ecco una checklist rapida (10 minuti) da usare quando crescono complessità e rumore decisionale:

  • Contesto: in che dominio sto operando e con quali segnali?
  • Sistema: scopo, confini e interfacce critiche sono espliciti?
  • Assunzioni: quali ipotesi reggono il piano e come le sto testando?
  • Stock & flow: dove si accumulano lavoro, errori o attese e come stanno i trend?
  • Decisioni: chi decide cosa, con quali soglie, tempi ed escalation?
  • Vincoli minimi: quali regole proteggono qualità e interfacce?
  • Apprendimento: ogni sorpresa produce un aggiornamento concreto?

Nel prossimo articolo faremo un passo ulteriore: quando i feedback diventano non lineari (soglie, amplificazioni, shifting dominance), il sistema cambia regime e le soluzioni “di buon senso” smettono di funzionare. Per orientarsi serve un’analisi di contesto più strutturata, quali fattori esterni stanno cambiando e quali vulnerabilità interne li amplificano.

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  • Laurea in Ingegneria Civile (1996).
    Nel 1997 presta servizio come Vigile del Fuoco, Volontario Ausiliario.
    Nel 1998 entra in D’Appolonia S.p.A..
    Dal 2000 al 2003 opera a Copenhagen come Civil Works Expert e Central Hazard Log Manager nel Chief Safety Manager Team della Metropolitana di Copenhagen.
    Dal 2004 entra in Italferr S.p.A., dove ricopre ruoli nell’ambito Safety & Security, Value Engineering, innovazione di prodotto e metodologie, fino alla creazione e guida del settore dedicato al Risk Management aziendale (ERM).
    Da aprile 2018 è Risk Officer di Italferr.
    Da marzo 2023 è docente di Project Risk Management nei corsi di alta formazione dell’Università La Sapienza e della Scuola di Formazione del Sole 24 Ore.
    Da agosto 2025 è Program Director di Valore, Rischio e Sistemi (EAPMCM)

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  • Laurea magistrale in ingegneria Gestionale nel 2008.
    Nel 2008 entra in Capgemini.
    Dal 2009 al 2012, entra nella struttura di Standard Metodologie e Value Engineering di Italferr S.p.A..
    Dopo un’attività di ricerca con l’Università di Roma La Sapienza, dal 2014 al 2015 partecipa per ANAS International Enterprise S.p.A. al progetto di realizzazione in Libia dell'Autostrada Ras Ejdyer-Emssad, in veste di IT manager.
    Dal 2016 al 2017 assume l’incarico di Quality Manager per la Carlo De Giorgi S.r.l.
    Da aprile 2017 rientra in ITALFERR S.p.A., dapprima nella struttura di Controllo Computi, e dal 2019 nel Risk Office.
    Dal 2019 è il Lead Risk Analyst di Italferr.

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