Pregi e limiti

La coscienza ha bisogno di essere

controllata dall’intelligenza

Edgar Morin

Oggi, con l’avvento del computer e degli algoritmi telematici stiamo delegando ad essi le nostre conoscenze. Se vogliamo sapere qualcosa, basta chiederlo ad Alexa. Così pure, con Google o Safari: basta cliccare. Per le informazioni non c’è problema: il problema è saper affrontare problemi, poter ragionare, riuscire a servirsi di adeguate logiche, saper argomentare e reperire informazioni, per rielaborarle e servirsene. Da ciò la tentazione di affidarsi allo strapotere della “macchina”. Lewis Mumford – a tale riguardo – ci ha messo in guardia, nel “Mito della macchina” (1967) rispetto alla “megamacchina” dell’organizzazione sociale complessa, che controlla tutte le forme di lavoro e di vita.

L’essere umano non può cedere la sua autorità e capacità di scelta alla macchina! George Orwell ci ha avvisato sul pericolo dell’invasione delle informazioni digitali e Aldous Huxley sull’illusione dell’informazione, sotto la maschera dell’intrattenimento. Per questo, quando ci riferiamo al potere dell’olgaritmo, da intendersi – seguendo in questo Yuval Harari[i] – come “un insieme metodico di passaggi, per fare calcoli e risolvere problemi” -, si deve ben interpretare il senso del “prendere decisioni”, da intendersi non come una delega ma come una maggiore disponibilità di riferimenti e informazioni, utili per poter decidere in merito alle grandi scelte sociali, politiche ed economiche.

Il datismo

L’uomo ha inventato la macchina ma deve avere anche la capacità di dirigerne e valutarne l’uso e la destinazione, per poterla adoperare bene. Di fronte al diluvio dei dati e alla giungla delle informazioni l’intelligenza artificiale può fornire indicazioni, prospettare previsioni e dedurre possibili conseguenze. Deve, tuttavia, restare all’uomo la decisione di come servirsene e su cosa fare. La tecnologia non ha un centro morale, come già Neil Postman ci ha fatto capire[ii]. I problemi planetari vanno risolti con l’ausilio di tutte le possibili indicazioni, che vengono dalle macchine, ma devono essere assunti dalla coscienza e dalla responsabilità degli uomini. La nostra coscienza – come organo di senso – è la risultante della funzione insostituibile di supervisore e ispettore dell’esistenza[iii].

Di fatto – secondo Yuval Harari –  “gli umani stanno cedendo autorità al libero mercato, alla saggezza delle masse e agli olgaritmi esterni, in parte perché non possiamo affrontare il diluvio dei dati[iv]. Si sta passando – secondo Harari – da una visione del mondo antropocentrica a una datocentrica[v]. Si tratta di un approccio funzionalistico, non più basato sui sentimenti umani, che sono fallibili, ma su algoritmi esterni, capaci di indicare oggettivamente le migliori soluzioni a problemi complessi.

Con l’intelligenza artificiale si sta imponendo il “datismo”, come una vera e propria religione. In realtà, si tratta della risultante di un impressionante processo di elaborazione di astronomici quantitativi di dati e d’inimmaginabili funzioni di applicazioni tecnologiche. Questo è indispensabile per la nostra società complessa ed è di massima utilità. Il problema è a chi spetti deciderne forme e utilizzo, ossia chiedersi se il “pensiero calcolatore” sia un mezzo o un fine.

Oggi, un nativo digitale non parte più dalla relazione con la realtà, ma dalla sua rappresentazione: dall’iper-realtà, spesso veicolata sotto la forma dello spettacolo, come sostiene Jeanne Baudrillard. Quelle che risultano ridotte sono le esperienze dirette, quelle di prima mano, attraverso le quali la mente e il cuore possano rilevare, connettere, confrontare, dedurre, interpretare e valutare. Con questo non si vuole sminuire l’importanza delle “aule virtuali”, come arricchenti circoli d’apprendimento. Internet può essere usato in modo educativo e formativo, come ci ha insegnato anche Howard Rheingold. Il rischio resta quello di mettere in secondo piano il mondo reale. Il sapere e le visioni informatizzate – con il metaverso – possono indurre a un uscire dal mondo reale con gli “occhiali magici”, entrando in un “mondo delle meraviglie”, in uno splendido isolamento, indotto dai self-media. Contemporaneamente, si può avere accesso a impressionanti operazioni chirurgiche a distanza o altro. Ricordiamoci che i messaggi sono unidirezionali, mentre la vera comunicazione è sempre bidirezionale. In tal senso, una videoconferenza interattiva può essere molto utile, ma non fa entrare in gioco i fondamentali dinamismi relazionali ed emozionali.

La conoscenza

La conoscenza, per quanto detto, deve restare prima di tutto un atto del soggetto esistente, in quanto pensante. Se riduciamo le esperienze vitali – quelle a contatto con la natura e le persone –, a ridursi è la stessa possibilità riflessiva. Ogni soggetto pensante deve poter considerare e giudicare con la propria testa, come ci invita a fare anche Edgar Morin. Ogni sapere non può che essere offerto alla nostra intelligenza. Il conoscere è un atto dell’intelletto umano. La principale conseguenza – sul piano didattico – è che la conoscenza non si trasmette. Si trasmette un’informazione, non una conoscenza. E’ in tal senso che quest’ultima si può solo sollecitare, incoraggiandone adeguatamente l’acquisizione, passando anche per l’errore. Su questo dovrebbero riflettere tutti gli insegnanti. Non basta, per apprendere, il “vagabondare” in Internet!

Il sapere non basta. Ci vogliono esperienze dirette, su cui poter riflettere e operare un giudizio. Gli studenti devono essere aiutati a scoprire le leggi e i principi della vita, per poter comprendere fenomeni ed interpretare  situazioni.

Per questo, agli insegnanti spetta di esercitare quella che può essere definita come una vera e propria “arte euristica”, che consiste nel saper sollecitare domande, agevolando intuizioni e permettendo deduzioni. Consentire che sorgano domande, vuol dire creare situazioni d’osservazione e di riflessione, senza censure e senza preconcetti. Ricordiamoci con Paulo Freire, che “non esistono domande stupide e non esiste una risposta definitiva”.

L’autenticità

L’intelligenza artificiale serve come grande strumento di raccolta e rielaborazione dati: un grande “strumento” – come ci indica anche papa Francesco -, non dimenticando mai che serve una “ispirazione etica”, per connettere gli ideali alle idee. Un ideale senza un’idea è vuoto, come pure un’idea senza un ideale è cieca. Così, l’ideale che contraddistingue il concetto di “umanità” non deve poter essere sostituito dal “transumano”, ma deve poter essere un processo di sublimazione evolutiva. Si tratta del “superumano”, quale tipo biologico dell’avvenire, in continua evoluzione, che si sente cellula di un immenso organismo umano[vi].

Per tutto ciò, l’intelligenza artificiale non può sostituire l’intelligenza cognitiva, emotiva e morale dell’essere umano, ma deve esserne eccezionale mezzo d’informazioni e di applicazione tecnologica. Il dilemma tra “artificialità” e “autenticità” può essere risolto solo quando – come ci delinea anche Arne Naess – al di là della realizzazione del “ego” e del “sé sociale” ci si proietta verso il  “sé ecologico”, includente una parte sempre più grande del “campo totale relazionale[vii]. In tale direzione Federico Faggin ci fa riflettere su come i dati dell’intelligenza artificiale debbano essere usati con la mente, il cuore e la pancia, sfuggendo a qualsiasi determinismo.

Per questo, Kant sostiene che la violazione di un diritto commesso in una parte del mondo è avvertibile in tutte le altre parti[viii]. Da qui l’indispensabile costituirsi di una civiltà della cooperazione, dove l’iper-moderno non si lasci tentare dal dominio di un tecnologismo esasperato ma sviluppi un “relazionismo significativo”, attraverso il quale poter condividere, partecipare e farsi corresponsabili[ix].

L’intelligenza artificiale, pertanto, deve poter risultare al servizio della formazione di una coscienza planetaria, dove la Terra possa essere il bene di tutti, in forza di una “coscienza biosferica”. Questa la consapevolezza di esser tutti collegati gli uni agli altri in ecosistemi che costituiscono la nostra biosfera, come lo siamo nelle reti sociali, che costituiscono la nostra blogosfera, dove poter vivere in comunità pacifiche e collaborative[x].


[i] Cfr. Harari Y. N. (2018), Homo Deus, Bompiani, pp. 580-604.

[ii] Postman N. (1998), Il tecnopolio, Armando, p.164.

[iii] Cfr. Mollo G. (2000), La conquista della coscienza, Morlacchi, pp. 12-29.

[iv] Y. Harari Y. N. ( 2018), Homo Deus, Bompiani, p. 603.

[v] Ibidem, p. 593.

[vi] Cfr. Mollo G. (2006), Pietro Ubaldi biosofo dell’evoluzione umana, Ed. Mediterranee, pp.189-191.

[vii] Naess A. (1989), Ecosofia, Edizioni Red, p. 66.

[viii] Kant E. (2011), Per la pace perpetua, Feltrinelli, p. 68.

[ix] Cfr. Mollo G. (2012), La civiltà della cooperazione, Morlacchi, pp. 137-143.

[x] Cfr. Rifkin J. (2011), La civiltà dell’empatia, Oscar Mondadori, pp. 555-570.

Condividi:

  • Gaetano Mollo, già professore ordinario di "Filosofia dell'educazione" all'Università di Perugia, è stato presidente del corsi di laurea in "Filosofia" e "Etica delle relazioni umane". Oltre alle cinque discipline, che ha insegnato all’Università (Filosofia dell’educazione, Pedagogia generale, Pedagogia sociale, Didattica generale e Metodologia e Didattica), ha insegnato anche presso il Teologico di Assisi, le Scuole di specializzazioni per insegnanti e l’Istituto Progetto Uomo. É autore di circa 380 pubblicazioni, fra cui gli ultimi libri: La civiltà della cooperazione, Il leader etico, Filosofando sull’educazione, Bulli si diventa, Al rogo. L’ultimo Gran Maestro dei Templari. Ha svolto circa 800 relazioni - tra convegni scientifici e conferenze - in tutta l’Italia ed anche in Germania, Spagna, Svizzera e Romania. E' presidente - dal 2003 - del Comitato del Comune di Foligno per lo studio e la promozione dell’Opera di Pietro Ubaldi. In tale veste, oltre a una decina fra saggi e articoli, ha scritto i libri Pietro Ubaldi biosofo dell’evoluzione umana e La Visione di Pietro Ubaldi (www.gaetanomollo.it).

    Visualizza tutti gli articoli