L’umanità è un requisito che ogni volta viene dato per scontato. Eppure molti di coloro che detengono il potere umano, sono in grado di eseguire azioni disumane e antiumane. È la gestione del potere che opera questo guasto o siamo di fronte a una vera e propria patologia che, come corpo sociale, possiamo attrezzarci per riconoscere e porvi dei rimedi?

Davanti alla gravità degli scenari attuali con lo spettro di una guerra mondiale alle porte, un mercato del lavoro che ha legittimato la schiavitù e istituzionalizzato la precarietà. I diversi sistemi di tutele, protezioni, assistenza, garanzie oramai sbriciolatisi davanti all’onnipotenza dei poteri privati e a volte, persino di quelli pubblici; uniti all’imbarbarimento etico, morale che è al tempo stesso impoverimento intellettuale. Dinanzi a questa fenomenologia dell’individuo contemporaneo che tra l’altro, in questo nostro elenco, ritrova solo una parte dei problemi e fallimenti con cui questa società globalmente si confronta, come è possibile continuare a non riconoscere le responsabilità in capo alla leadership, esercitata dalla classe dirigente di questo mondo?

Ovviamente ci stiamo riferendo non a tutti indistintamente, per fortuna, ma a quei leader che esercitano il “potere” a gradi diversi oppressivo, dispotico e violento (violenza fisica, emotiva, mentale), costringendo chi lo subisce a vivere in una condizione di disagio. In un sistema avvilente, repressivo che si regge sulla paura (di perdere qualcosa, di subire delle conseguenze, etc.) e sulle continue sopraffazioni (esplicite o velate). È quel potere che in qualunque organizzazione si manifesta, divide l’umanità in due sole categorie: schiavi e servi, realizzando la loro perfetta equivalenza in un insieme di trascurabili.

Ci interessa meno, in questo momento, indagare se ad esercitarlo è un Capo di Stato o il manager di un’azienda poiché produce gli stessi effetti sul piano pratico (varierà solo la scala di propagazione delle conseguenze in termini di grandezza, importanza, complessità). Né ci è utile concentrarci sulla natura degli obiettivi che si perseguono per legittimare questo autoritarismo. La realtà in cui viviamo, dovrebbe aver di gran lunga dimostrato che è una menzogna di comodo affermare, aprioristicamente, che il fine giustifica sempre i mezzi. La “forma” o il tramite attraverso il quale si esercita il potere è al tempo stesso “sostanza”. Come accade nelle nostre relazioni interpersonali, dove dal modo in cui ci rivolgiamo agli altri (forma aggressiva, conciliante, spiritosa, ossequiosa, etc.) desumiamo la distribuzione del potere tra i parlanti (asimmetrico, simmetrico).

Ragionare invece sulla natura di questo potere e sui suoi risvolti oscuri, è per i nostri attuali fini più interessante. Poiché ci permetterà di attrezzarci, in ogni ambito sociale, per riconoscerne i segni e intervenire prontamente per scongiurarne gli effetti. Perché se si vuole davvero che le cose cambino e possiamo convenire tutti sul fatto che questo sia necessario oltreché urgente, è necessario una volta per tutte scoperchiare quella coltre di falsità e moralismo, che accompagna molte analisi intorno all’autorevolezza di alcune leadership. Bisogna avere il coraggio di dire come stanno davvero le cose, poiché è l’unico modo che abbiamo, come corpo sociale, di sviluppare degli anticorpi che ci traghettino in un mondo di giusti e retti rapporti; che nella pace e nella giustizia, trovino il loro contraltare a livello di relazioni sociali.

In questo articolo ci dedicheremo, ovviamente, al mondo aziendale ma quanto diremo è perfettamente sovrapponibile a ogni ambito, quale esso sia. Il tema, in fondo, gira tutto intorno all’uso spregiudicato che alcune persone, posizionate nei punti vitali di un’organizzazione o di un sistema, fanno del “potere” che il ruolo gli conferisce. Figlio, il più delle volte, delle modalità grazie alle quali a quel ruolo sono arrivati. Una lunga arrampicata che in alcuni casi inizia molto prima della carriera universitaria e comunque fuori dalle aziende. E se a certuni, spesso per lignaggio, viene riservato, rispetto ad altri, il favore di una via ferrata già appositamente attrezzata, tutti per sopravvivervi debbono abituarsi a ingoiare una serie indigeribile di rospi, perfezionando, di volta in volta, la propria insensibilità nei riguardi del destino altrui. In maniera tanto più radicale, quanto più si sale. Spregiudicatezza, calcolo, servilismo, assenza di scrupoli e di rimpianti, cinismo, nessuna concessione o atto che tradisca benevolenza verso i propri colleghi, considerati avversari con cui competere e da cui difendersi. L’allontanamento di tutto quello che distrae da questo fare carriera (famiglia, amicizie, etc.). Concentrazione nell’impiegare le proprie risorse, dosandole in funzione della misura che sussiste tra investimenti personali e risultati da raggiungere.

Anche se nessuno ama parlarne e tutti mentono recitando che non sia così, nei più disparati ambienti spesso si fa carriera, di là dai propri meriti, ispirati da modelli che non hanno niente a che vedere con quanto testimoniato nei manuali organizzativi della buona leadership e del buon governo di cui, quando il contesto lo esige, si continuano falsamente a tessere le lodi. Anzi, in realtà, per questo tipo di mentalità il potere si gestisce e consolida nell’esatto rovescio di quanto consigliato in quei manuali.

Come nella parabola del premiare il merito circondandosi di persone competenti. Il demerito o l’incompetenza, in molti casi, continuano ad essere considerati un pregio per i futuri candidati o candidate, poiché implicano dipendenza psicologica verso chi li ha scelti, esalta indirettamente le doti di quest’ultimo (ecco perché molti capi si circondano di collaboratori incapaci) e soprattutto crea il perfetto “capro espiatorio” su cui scaricare le colpe quando c’è da additare i responsabili delle scelte fallimentari.

Parimenti dicasi per tutte quelle teorie sui comportamenti organizzativi che favoriscono la capacità di innovazione nelle persone. Questa, come noto, è promossa da una serie di condizioni, tra le quali, l’autonomia di iniziativa da esercitarsi in un clima di aperto confronto. Insieme alla reciprocità, intesa come equità nel trattare la diversità (i diversi ruoli, le diverse competenze, i differenti punti di vista, etc.). Eppure tutti, almeno una volta nella propria vita professionale, hanno testato su loro stessi come vengono trattate le iniziative autonome quando direttamente o indirettamente insidiano il ruolo dei propri capi o malauguratamente, il consolidamento del loro potere. Azioni repressive e punizioni, attraverso metodi e misure che variano a seconda dei contesti, servono per ricordare a chi, anche solo per ingenuità, credeva realmente di trovarsi in un regime paritario, democratico e che per questo dovrà imparare a proprie spese che molta della retorica manageriale di facciata, nasconde una dura autocrazia.

Del resto democrazia ed equità sono, per loro natura, estranee al potere autoritario, poiché quest’ultimo è tale proprio perché esercitato in maniera autoreferenziale, cinica e scientemente discriminatoria. L’amicizia, la solidarietà, la benevolenza e perfino la riconoscenza sono semi che non germogliano in quel terreno. Le persone sono da esso attenzionate, seguendo uno schema utilitaristico a seconda della loro utilità o pericolosità (rispetto ai propri scopi). Chi non rientra in quelle due categorie è irrilevante (di là dai suoi meriti) e questo assunto, almeno per quanto concerne l’utilità, si riflette a guida dei criteri con cui la meritocrazia viene riconosciuta.

Stesso destino tocca a tutte quelle teorie sulla buona leadership che guardano alle azioni che i leader svolgono; ai loro comportamenti come il prendersi cura delle persone, ascoltarle, entrare in empatia con esse, utilizzare un certo stile di comunicazione. Si tratta di pie illusioni che non trovano nessun fondamento in figure che non trovano nessun interesse, verso le sorti di chi è solo uno strumento o un impedimento, rispetto ai propri obiettivi. Quando si concedono dall’alto della loro distante, fredda, apparente magnanimità, inducono ognuno a credere di essere il collaboratore più fidato, alimentando in questo modo gelosie, rivendicazioni, rivalse che (gratuitamente) porteranno questi ultimi a gareggiare l’uno contro l’altro, per essere annoverati come i più fedeli e devoti.

È, per dirla in parole semplice, un modo di esercitare il potere tutto egocentrato narcisisticamente sulla personalità del capo. La ingrassa, lusinga, inebria e la rende portatrice di una forza disgregativa e involutiva in tutti gli ambiti in cui opera.  

Ma quale tipo di personalità si nasconde dietro questa modalità di concepire il potere?

Tre studiosi italiani, Isabella Merzagora (che abbiamo avuto l’onore di intervistare qui sul nostro Blog), Guido Travaini, Ambrogio Pennati sul risultato di molti studi effettuati nel campo della psicologia clinica e della criminologia, hanno approfondito questo aspetto in un libro “Colpevoli della crisi? Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco” (2016), edito dalla FrancoAngeli. In cui, tra l’altro, hanno presentato gli esiti (tutt’altro che incoraggianti) di uno studio effettuato su un campione di manager italiani (uomini e donne). Leggiamo insieme alcuni estratti del loro libro:

“Il termine “psicopatico” rinvia di solito a un soggetto preda di accessi d’ira, incapace di sopportare le frustrazioni e di contenere gli impulsi aggressivi […] ma esistono anche psicopatici la cui principale caratteristica non è l’esplosività emotiva o comportamentale, e che sono più difficili da individuare anche perché le particolarità del loro disturbo sono subdole. I tratti rimarchevoli di questi psicopatici sono la freddezza emotiva, la mancanza di empatia e di rimorso”.[1]

“Taluni psicopatici sono mentitori patologici ed esperti manipolatori al punto da risultare persone affascinanti, carismatiche, popolari, ammirate. Non hanno una “malattia mentale” nel senso comunemente inteso […]. Analogamente a coloro che sono affetti da “Disturbo Narcisistico di Personalità”, con cui come si vedrà condividono non poche caratteristiche, hanno aspetti di grandiosità e fanno di tutto per mantenere un’immagine, agli occhi degli altri e ai propri, confacente a questa magnificenza. Come gli individui narcisisti, tendono a perseguire il successo, la ricchezza economica e la notorietà in modo esclusivo, senza porsi dubbi o scrupoli.

Gli psicopatici si sentono in diritto di essere come sono, non trovano niente che vada in loro e semmai danno la colpa agli altri per le conseguenze delle proprie azioni. […]  “Solitamente non sono infastiditi dalla coscienza”; una delle caratteristiche più salienti è infatti l’incapacità di provare rimorso. Amano il rischio perché, per compensare il proprio vuoto emotivo, hanno costantemente bisogno di novità, di stimoli forti, di vivere “al limite”. […] la mancanza di coscienza sociale e l’inettitudine nell’agire comportamenti prosociali sarebbero altre peculiarità che accomunano gli psicopatici e molti criminali dai colletti bianchi, il che non stupisce se – come taluni sostengono – si tratta in entrambi i casi di soggetti incapaci di identificarsi con gli altri, caratterizzati da spiccato desiderio di gratificazione e successo personale, e da un bisogno di potere e di controllo tale da assumere l’intensità di una dipendenza dalla droga”[2].

In realtà i nostri ricercatori si spingono a parlare, al riguardo, di “triade oscura”; ovvero la presenza in molti “colletti bianchi” di tratti psicologici caratterizzati da psicopatia, narcisismo e macchiavellismo combinati insieme.

Difettando in termini di empatia, molti leader riescono a incarnare livelli di disumanità tali, da comportarsi come dei predatori a discapito delle persone che li circondano e delle stesse organizzazioni, in cui operano. Non conoscono la vergogna o i sensi di colpa. Sono a tratti sadici, incapaci di sentire “l’altro”; provare sentimenti quali la compassione, la tenerezza, l’amore perché affetti da una profonda insensibilità verso le emozioni altrui. Sono ad esse impermeabili, le comprendono a livello razionale ma non vi partecipano affettivamente. Alcuni di loro sono brillanti, affascinanti, carismatici ma semplicemente perché il loro essere mentitori patologici, li rende esperti manipolatori. Sono inoltre caratterizzati da un’assoluta spregiudicatezza e cinismo nel trattare gli altri e nello scaricare puntualmente su di essi, tutte le responsabilità dei propri fallimenti. Pretendendo al tempo stesso, da chi li circonda, una idolatria incondizionata verso la propria persona a scapito della vita affettiva, intellettuale, morale dei malcapitati.

Cosa succede quando persone così siffatte, occupano ruoli cruciali o presiedono ad aspetti vitali delle attività di Stati o aziende?

Le frodi sanitarie e l’incuranza di smerciare sostanze, acque o cose avvelenate, adulterate o contraffatte in modo pericoloso per la salute delle persone. Le frodi commerciali e tutte le azioni fraudolenti sugli alimenti, magari ingannando sulla qualità o sulla genuinità dei prodotti. Le frodi perpetuate a danno dei consumatori, degli azionisti o dei risparmiatori. La contraffazione e la spregiudicatezza delle speculazioni sui farmaci a scapito della salute delle persone. L’indegna pratica di taluni medici, farmacisti o operatori sanitari pubblici che nel lasciarsi corrompere dalle industrie farmaceutiche, prescrivono farmaci, interventi chirurgici inutili o acquistano strumentazione diagnostica superflua. I reati a scapito di tutta la Pubblica Amministrazione come il peculato (appropriazione indebita), la concussione (reato in cui un pubblico ufficiale abusa della sua funzione, per elargire denaro o altri benefici a terzi), la corruzione, l’abuso d’ufficio, il rifiuto e omissione di atti d’ufficio (il primo è quando un pubblico ufficiale o un dipendente pubblico, si rifiuta di esercitare le sue mansioni – magari per favorire o sfavorire qualcuno –, il secondo è quando non vengono fornite risposte – atti o quant’altro – a fronte di una precisa richiesta fatta sempre a favore o a sfavore di qualcuno). I reati informatici contro le organizzazioni a danno delle aziende, degli Stati e dei cittadini. La disumanità del caporalato e di ogni forma di schiavitù anche quando mascherata da termini come gig economy. La tratta, lo sfruttamento e gli abomini che si compiono sui bambini. Il traffico degli organi e degli esseri umani. I reati contro l’umanità tra i quali annoveriamo le guerre e le armi di distruzione di massa, insieme alle azioni criminali che contemplano violenze, abusi, persecuzioni contro i popoli o parte di essi.

Sono tutti crimini commessi da uomini e donne che sulla scia dei processi morbosi da cui sono afflitti, sono in grado di compiere atti disumani e antiumani deliberati ed efferati. Avallati, giustificati da tutte quelle ideologie che in nome di una pretestuosa liberazione dell’individuo dai limiti e vincoli imposti dall’etica, dalla morale, dalle responsabilità civili, dall’inviolabilità dei diritti, dall’equità della giustizia, hanno legittimato un ideale dell’umano che non riconosce altra autorità se non la medesima. In questo senso il “vuoto” che nel tempo si è andato determinando a livello sociale per la caduta di quegli argini, è stato “riempito” con uno straripante culto esclusivista della personalità fine a sé stesso. Il quale ha esautorato, svuotato il valore della collettività disconoscendone il fondamento di base, vale a dire l’interdipendenza tra individui appartenenti allo stesso sistema umano e dunque, la priorità di regolamentare le proprie finalità su quelle del gruppo di cui si è parte. Il che ha fatto venir meno l’utilità di “preoccuparsi degli” e di “misurarsi con gli” altri (e le loro differenze), per concentrarsi solo sulle proprie verità, sui propri desideri, sui propri particolarismi, sui propri obiettivi personali, sul soddisfacimento dei propri appetiti, etc.. In questo modo egocentrismo, egoismo e narcisismo, sono divenuti lo “spirito” dell’epoca attuale.

È evidente che l’autoritarismo, il quale si regge su questa impalcatura, è qualcosa con cui la storia dell’umanità ha sempre dovuto fare i conti; in special modo nella sua espressione più estrema, quella che ne ha dato il “dittatore”. Pur tuttavia c’è qualcosa di unico nei tempi attuali e riguarda la larga diffusione, tra la gente comune, di quella che è una sua pre-condizione: quel deficit di empatia cui ci riferivamo poc’anzi e che mina profondamente tutti i processi legati all’intersoggettività.

Al governo di Nazioni, federazioni di Stati, aziende e in tutti i loro organi e dipartimenti. All’interno di organismi internazionali che hanno potere sui destini dell’umanità. In ambiti come la sanità pubblica e privata, la ricerca farmaceutica, la giustizia, le associazioni sportive, quelle religiose, nei media e nell’informazione, nelle banche, nelle fondazioni, nella scuola come nell’alta formazione e più in generale, in tutte le organizzazioni pubbliche e private, operano persone “psicopatiche” che non riescono a concepire un mondo dove è possibile perseguire il proprio bene e al tempo stesso, quello della comunità di cui si è parte, né a provare sentimenti di benevolenza, compassione, pietà verso gli altri. Persone disattente e indifferenti al male che spargono.

Che tipo di futuro potranno mai realizzare? Quali leggi potranno partorire? Quale etica a guida dei comportamenti promuoveranno? Quale giustizia potranno assicurare? E come farà chi vede le relazioni solo in termini di lotta e contrapposizione a costruire una società all’insegna dell’equità e della pace?

Vogliamo davvero continuare a parlare, scrivere, di buona leadership ignorando o peggio, continuando a fare finta che questo problema non esista?

Dobbiamo ragionare seriamente su tutti questi temi se, come dicevamo agli inizi, vogliamo opporre a questo stato di cose una qualche azione a rettifica. Agendo a livello delle cause piuttosto che intervenendo a cose fatte. Lasciando ora da parte i crimini che elencavamo poc’anzi, una leadership senza umanità produce una serie di problematiche che toccano direttamente le persone, la qualità del lavoro di gruppo e le organizzazioni. I primi oltre alle frustrazioni e alla sofferenza che la condizione gli produce, subiscono un calo della propria autostima determinato dalla paura di essere rimproverati e dalla continua messa in discussione delle proprie qualità o capacità. Il che riduce le persone a chiedere continuamente di essere assistiti nelle proprie attività (poiché subentra una scarsa propensione a rischiare di sbagliare); a ritardare i risultati del proprio lavoro; a manifestare uno scarso spirito di iniziativa. Inoltre mostrano disturbi d’ansia e spesso uno stile di comportamento che oscilla tra la passività e la tendenza a reagire impulsivamente, anche attraverso scatti d’ira o di ribellione alle regole. Tutti aspetti che toccherà alle organizzazioni dirimere.

Per questo ha un valore inestimabile ragionare sul concetto di leadership guardando attraverso le differenze che esistono tra un’autorità autoritaria e una autorevole, insieme alle modalità con cui quest’ultima, a differenza della prima, si esercita e si serve del potere. Così da comprendere anche qualcosa in più su quest’ultimo. Essa, in effetti, si muove nella direzione totalmente opposta, rispetto alla leadership autoritaria. Quest’ultima abbiamo detto si pone al servizio della personalità di chi la esercita. Quella autorevole al contrario esige, quando vera, che la personalità si ponga per intero al servizio della funzione che incarna. Il che obbliga la personalità a un duro lavorio su sé stessa, una disciplina ferrea che la forgia e trasfigura per arrivare a incarnare l’essenza del potere stesso. Cosicché più la personalità si annulla, sparisce dietro la funzione, più questa è potente. Pensiamo al caso di un Capo di Stato che è autorevole quanto più incarna, con parole, azioni e pensieri, non i suoi interessi ma i valori in cui dice di credere e di cui si pone al servizio. Il potere in questo caso viene utilizzato da quell’individuo ma è al servizio di quei valori come l’individuo che lo esercita per il tramite del sacrificio dei propri appetiti, particolarismi, desideri, obiettivi, autodeterminazione.

Dunque l’autorevolezza è un lievito, un potere di bene al servizio della comunità. Essa, proprio per la sua natura, poggia sulla credibilità, sulla competenza e sull’etica che è altra cosa dalla morale. È dunque un percorso elitario, nel senso di destinato a pochi, perché richiede forza, coraggio, duro lavoro e sacrificio ma è l’unica vera leadership che meriti di essere chiamata tale. E’ un compito estremo per la persona che la esercita ma ricompensato da quello che riesce spontaneamente a far fiorire e riunire intorno a sé. Insieme al valore che questa rappresenta per le organizzazioni, per il raggiungimento dei loro obiettivi tra i quali svetta, come una bandiera, la credibilità.

È dovere di ognuno, in questo particolare momento storico, maturare un’idea chiara su questi due aspetti della leadership. Molti di coloro che hanno in mano le redini del futuro destino dei popoli, parlano in termini di “noi” e del bene di questo “noi” ma nella realtà stanno affermando solo “io”, “io”, “io”. Vale anche per molti giornalisti, opinionisti e cosiddetti esperti. Questo per imparare  a leggere e essere in grado di indirizzare, con fare critico, la formazione delle proprie idee, dei propri atteggiamenti e dei propri comportamenti.

Ci vogliono nuovi cittadini, consapevoli e coscienti di quali sono le paludi su cui la società attuale si è arenata. Così da saper riconoscere i leader dai quali lasciarsi guidare e quelli che invece debbono essere allontanati poiché affetti da disturbi che li rendono inadatti, per i  motivi che spiegavamo poc’anzi, ad assumere qualsivoglia ruolo di governo. Obbligando, tra l’altro, i primi, in funzione di questa consapevolezza, a porsi davvero e fino in fondo al servizio di coloro, il cui bene, a parole dicono continuamente di rappresentare. Questo perché gruppo e leader sono l’uno interdipendente all’altro. Il che invita ognuno di noi, in quanto membri di innumerevoli gruppi sociali (aziende, Stati, partiti politici, religioni, etc..) e le stesse organizzazioni in cui operiamo, a pretendere dai propri leader di essere testimonianza con il proprio esempio, della propria umanità; il primo requisito di cui si dovrebbe dare prova.

Si legga anche:

Manfred F.R. Kets de Vries, “Leader giullari impostori” (2019), Raffaello Cortina Editore;

Gaetano Mollo, “Il leader etico”, (2016), Morlacchi Editore;

Romina Mandolini, “PROJECT MANAGEMENT. Fondamenti psicosociologici di Leadership e Comunicazione nella gestione dei gruppi di lavoro. Nuove risposte a vecchi quesiti” (2021), Youcanprint. Paragrafo “2.1. Potere, autorità e autorevolezza”;


[1] Isabella Merzagora, Guido Travaini, Ambrogio Pennati, “Colpevoli della crisi? Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco” (2016), edito dalla FrancoAngeli, p.101;

[2] Ibidem, pp. 106-107;

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  • Romina Mandolini

    Laureata in “Comunicazione, Media e Pubblicità” è una studiosa e divulgatrice indipendente di conoscenze legate alla Comunicazione e alla Psicologia sociale, nella loro applicazione alle dinamiche legate ai comportamenti organizzativi o meglio, a quelle dinamiche che si trovano alla base dei comportamenti che gli individui adottano quando lavorano in gruppo (leadership, motivazione, commitment, negoziazione, produttività e performance di gruppo, etc.). In questo contesto svolge attività di scrittrice, divulgatrice e speaker. Lavora in una importante azienda di telecomunicazioni italiana. Ha una vasta esperienza in ambito project management. É autrice di libri, curatrice di un blog personale sui temi della leadership, dei gruppi e della comunicazione. Collabora con alcune riviste di management; fa parte, come volontaria, del PMI CIC Branch Lazio ed è la responsabile del Comitato editoriale del PMI Central Italy