Una premessa inevitabile

Ogni volta che ci ritroviamo a scrivere e ragionare di leadership, è inevitabile fare i conti con la constatazione, a volte sconfortante, che alla mole spropositata di formule, pubblicazioni, libri, webinar, workshop presenti sull’argomento e alla numerosità delle persone che vi partecipano e si interessano a questo tema, no gli corrispondano altrettanti esempi di leadership capaci.

Guardiamoci intorno, nelle organizzazioni tanti sono i manager pochissimi i leader e tra questi ultimi, rari quelli che riescono a superare il proprio egocentrismo e i propri personalismi per ammettere l’importanza che riveste il gruppo per il successo della propria leadership – soprattutto se parliamo di un riconoscimento sincero non retorico –. Dove questo avviene, rarissimi sono quei casi in cui i leader collocano quel “noi” (il proprio gruppo) all’interno di una categoria più vasta, sia essa l’umanità o l’organizzazione di cui fanno parte, regolamentando su di essa obiettivi, ideali e agire del gruppo stesso. La maggioranza tende a rafforzare il proprio gruppo nella misura in cui si oppone o si fa impermeabile agli “altri” (gruppi, funzioni, direzioni, etc.), rivendicando, ad ogni occasione, la legittimità e quindi la superiorità delle proprie idee, bisogni, obiettivi, cultura, pratiche, competenze. Cosicché le relazioni si traducono, quasi sempre, in termini di competizione, conflitto, lotta e nei casi più estremi, sopraffazione.

Basta un minimo di onestà intellettuale per riconoscere la presenza di questo meccanismo a monte di tutti i problemi esistenti tra Stati, Istituzioni o gruppi anche all’interno della medesima organizzazione.    

In un seminario sulla leadership tenuto da chi scrive qualche tempo fa, uno dei presenti ricordava, a questo riguardo, le responsabilità che hanno le leadership in ambito sportive, in particolar modo negli sport di squadra. Dove la competizione dovrebbe essere lo stimolo per migliorare se stessi, il rapporto con i compagni di squadra e con l’allenatore il mezzo per scoprire il valore incommensurabile del sostegno e della collaborazione tra compagni e l’avversario lo strumento, attraverso il riconoscimento dei suoi meriti, per trasformare la propria egocentricità in alterità. Eppure, nella stragrande maggioranza dei casi, la competizione viene vissuta come una guerra, i compagni come coloro da cui distinguersi per dimostrare la propria superiorità e l’avversario, la persona da abbattere anche ricorrendo, a volte, a stratagemmi disdicevoli.

Tale considerazione ci porta così dritti, dritti al secondo problema.

Questa modalità di intendere il rapporto con l’altro, non risparmia i membri dello stesso gruppo. Nelle organizzazioni si fa un continuo ribadire l’importanza della reciprocità, della collaborazione, della condivisione delle informazioni in contesti, quelli attuali, dove le repentine trasformazioni richiedono, per essere affrontate, conoscenze, esperienze, strumenti concentrati non più su una singola figura ma distribuiti su diverse professionalità. Le quali, necessariamente, debbono coordinarsi, negoziare, accordarsi e regolamentare istanze e aspettative per approdare a soluzioni condivise. Ciononostante, mai come in questa epoca, i gruppi di lavoro sono dilaniati dai conflitti, dai personalismi e dagli individualismi dei singoli, spesso a scapito del bene e degli obiettivi comuni del gruppo stesso.    

Chi ha esperienza nel guidare gruppi di lavoro, non faticherà ad ammettere che buona parte del tempo e delle energie che ha a disposizione, viene dissipato nel far fronte alle incresciose conseguenze che inimicizie, beghe, conflitti, personalismi creano all’interno dei gruppi.

Siamo capaci di collaborare?

Il filo rosso che lega le due problematiche è certamente l’autoreferenzialità di chi si basa esclusivamente su se stesso, sui propri punti di vista, atteggiamenti, esperienze, desideri senza curarsi dei rapporti con altre realtà. Se si scava alla radice del problema, egocentrismo, egoismo e narcisismo sono, per buona parte, le cause di questo modo di guardare alle relazioni e a quelle dinamiche che da queste prendono vita: leadership in primis.

Al tempo stesso, questa modalità di guardare alla leadership e ai gruppi risente di una convinzione, ancora molto radicata in ambito professionale (e non solo), che il successo delle organizzazioni non risieda tanto nei gruppi, quanto nelle capacità dei singoli individui che vi lavorano. Difatti queste sono disposte a spendere migliaia, se non milioni di euro, pur di ingaggiare manager nella speranza che questi, da soli, possano cambiarne i destini.  

Sia chiaro, non stiamo negando il valore dell’individualità, quanto quella tendenza a sopravvalutarne l’autonomia. Si portano come paragoni le azioni di certi leader e come abbiano cambiato la sorte di una squadra, di un popolo o di un’azienda. Ci si dimentica però, ogni volta, del ruolo fondamentale che hanno svolto i gruppi di persone che ne sostenevano l’azione e solo grazie ai quali, quei raggiungimenti sono stati possibili. 

Il tema, su cui dobbiamo tornare a riflettere seriamente, è sul potenziale produttivo di un individuo quando opera singolarmente piuttosto che quando lo fa come membro di un gruppo[1].

Nell’ambito della Psicologia Sociale contemporanea o Social Cognition, innumerevoli studi hanno oramai abbondantemente dimostrato che il successo dei comportamenti che le persone adottano quando lavorano in un gruppo e da cui dipende la loro produttività (leadership, la motivazione delle persone, l’empowerment, il commitment, il mettere da parte i propri interessi per patrocinare un obiettivo comune, il predisporsi spontaneamente all’ascolto e a comunicare con gli altri, la persuasione, la gestione dello stress, etc.), si lega indissolubilmente al grado di aderenza del singolo a un “noi” (all’identità sociale condivisa da quel gruppo).  

In realtà, nell’ambito delle scienze sociali, sono oramai diventati innumerevoli le discipline che con i loro studi, modelli, teorie hanno certificato la rilevanza che il “noi” e l’“altro” acquisisce per l’autodeterminazione dell’“io”. Solo per citare alcuni esempi, oltre alla già citata Psicologia Sociale – pensiamo ai lavori di Tajel e Turner con le loro rivoluzionarie teorie sull’Identità sociale e quella della Categorizzazione del sé –, pensiamo alle Neuroscienze con la scoperta dei neuroni specchio del team italiano del prof. Giacomo Rizzolatti che ha dimostrato come l’empatia sia una dimensione innata dell’umano e ai lavori di Vittorio Gallese sulla formazione dell’intersoggettività. Nella Sociologia lo sguardo è alla nuova Sociologia delle Relazioni di Pierpaolo Donati con i suoi studi sul valore dei beni relazionali nel mondo del lavoro. Oppure pensiamo al Modello Cooperativo del prof. Gaetano Mollo (che abbiamo avuto l’onore di ospitare con degli articoli nel Blog del PMI) e alla sua Leadership Etica. A tutto il lavoro dell’economista Stefano Zamagni che in Italia ha ripreso un filone di studi etico e civico, che trova il suo antenato nei lavori del grande Karl Polany. Tutti quegli studi, confermati anche in ambito Sociobiologia, che in Psicologia hanno restituito valore ai meccanismi dell’altruismo (e non solo dell’egoismo) come base dell’agire umano (citiamo il lavoro di Michael Tomasello, psicologo e codirettore dell’Istituto Max Planck). Infine, ma la lista sarebbe ancora lunga, ci piace ricordare in Antropologia tutto il lavoro dell’antropologo italiano Franco Remotti e le sue feconde riflessioni sul rapporto tra cultura e identità. Questo per buona pace di tutti quei paradigmi che, in passato, hanno celebrato i fasti dell’individuo atomizzato, egoista e geneticamente destinato a privilegiare il proprio tornaconto. Modelli cui, non a caso, dobbiamo tutti i guasti e i mali di cui oggi soffrono Stati, Unioni di Stati, le nostre organizzazioni, istituzioni, gruppi di lavoro e più in generale, la nostra società con le singole persone che ne fanno parte.  

Questa cosa non deve sorprenderci.  

Non siamo individualità che crescono e si sviluppano isolate le une dalle altre. La nostra esistenza è, a tutti gli effetti, gruppale e lo è sotto diversi punti di vista.

Ognuno di noi, quale individuo socialmente riconosciuto, è “parte” costitutiva di questi insiemi di individui i quali, consapevoli o meno, vivono costantemente interrelati e interdipendenti gli uni agli altri. La nostra stessa identità, i nostri comportamenti, atteggiamenti si costruiscono nel rapporto con gli altri attraverso meccanismi di influenza sociale, emulazione, apprendimento.  

Veniamo al mondo e maturiamo una concezione di cosa questo sia e di come funzioni, attraverso il punto di vista che ci offre la nostra famiglia. Modelli, routine comportamentali e i valori che guideranno pensieri, atteggiamenti, l’agire. Grazie al gruppo dei pari, gli amici, avviamo quel processo che ci porterà a rimodulare la dipendenza dai nostri genitori e che concorrerà alla formazione della nostra autocoscienza (la consapevolezza di quello che siamo). Attraverso il gioco e il divertimento, sviluppiamo in maniera sana ed equilibrata la nostra dimensione emotiva, affettiva e sociale. Tutti aspetti che segnano il passaggio dal bambino che guarda alla vita attraverso gli occhi dei genitori, a soggetto adulto pensante. Dopodiché c’è la scuola, un gruppo sociale che vive di caratteristiche e dinamiche diverse da quelle del gruppo dei pari. Qui si perfeziona, per ciascuno di noi, quel processo di foggiatura che era già stato avviato in famiglia, al culmine del quale apprendiamo cosa significhi far parte di una data cultura e di una società. Ci misuriamo con sistemi di conoscenze, valori, norme sociali, ruoli, obiettivi, norme che ci costringono a uscire dal nostro egocentrismo e a confrontarci con l’alterità. Dall’asilo all’università, sono le arene dove ci alleniamo all’ascolto, a comunicare, a collaborare, a sviluppare competenze relazionali. Poi ci sono i gruppi all’interno dei quali apprendiamo e pratichiamo sport i quali, oltre a formare la nostra fisicità, ci permettono di comprendere il valore del lavoro di squadra, della disciplina, della lealtà, del rispetto degli altri e l’attenzione verso le regole. Poi ci sono i gruppi tematici, dove condividiamo e coltiviamo “con” e “grazie a” gli altri le nostre passioni, i nostri interessi. I gruppi minimi, compagni, compagne, grazie ai quali esploriamo tutte le infinite sfaccettature della dimensione affettiva. Infine ci sono i gruppi attraverso i quali svolgiamo la nostra professione (gruppi di lavoro, funzioni organizzative, comunità di professionisti, Federazioni, Albi e Ordini di categorie professionali, etc.) grazie ai quali condividiamo conoscenze, esperienze, sviluppiamo metodologie, le applichiamo, ritorniamo a confrontarci, lavoriamo per raggiungere obiettivi comuni e via via, potremmo continuare ancora a lungo.  

Ora, tutte queste organizzazioni sociali attraverso le quali si articola la nostra esistenza, siano esse famiglie oppure aziende, istituzioni, partiti o movimenti politici, scuole, università, sindacati, congreghe religiose, categorie professionali, club o leghe sportive, associazioni culturali o non profit, consorzi, circoli, formano quella che chiamiamo società e sono tutti esempi di gruppi a loro volta formati, da altrettanti sottogruppi interdipendenti gli uni agli altri.  

Oltre che agire “in” e “attraverso” questi, da queste appartenenze deriviamo “materiale” con il quale fabbrichiamo le nostre identità. Tanto che quando ci autorappresentiamo o ci descriviamo agli altri, lo facciamo attraverso le caratteristiche dei gruppi con i quali ci identifichiamo nei diversi momenti della nostra giornata: io sono un cattolico, io sono italiano, io sono una manager, io sono un ciclista, io sono una ballerina, io sono un politico, io sono un medico, io sono una laureanda, etc. etc.. Inoltre, sempre dai gruppi, ricaviamo le informazioni che ci servono per orientare il nostro essere al mondo. In effetti, tutti i gruppi che nominavano poc’anzi hanno i loro valori, le proprie norme, prevedono diversi ruoli, status differenti, condividono pratiche, rituali, credenze, conoscenze, visioni, atteggiamenti e comportamenti che ci rendono riconoscibili e al tempo stesso, distinguibili dagli altri.  

I gruppi, a loro volta, sono fatti di relazioni. Ogni organizzazione ha indubbiamente una sede fisica che ad esempio per una famiglia, coincide con la propria abitazione, per uno Stato con i propri confini geopolitici, per un’azienda con il luogo di lavoro, etc. etc.. Alcune hanno anche un logo fisico che le identifica, un brand, tuttavia se scaviamo nel profondo di ciò che davvero le caratterizza, non troveremo altro che una rete fittissima di interazioni e relazioni (di lavoro, affettive, diplomatiche tra Stati, etc.). Queste sono il collante di quella data comunità, la struttura portante, la sostanza senza la quale i gruppi non potrebbero esistere.

Parimenti le relazioni, sono fatte principalmente di comunicazione.

Dopodiché la loro vita si esplica sulla scia di dinamiche comuni a tutti i gruppi dalle quali prendono vita i leader, la collaborazione, l’influenza sociale, il conformismo, la polarizzazione, l’emulazione, l’apprendimento, i conflitti e l’azione sociale con le trasformazioni o il mantenimento dello status quo, di cui i gruppi sono capaci.   Ognuno di noi, quale individuo socialmente riconosciuto, è “parte” costitutiva di questi insiemi di individui i quali, consapevoli o meno, vivono costantemente interrelati e interdipendenti gli uni agli altri.

La leadership è una dinamica dei gruppi e chiunque voglia guidare gruppi deve comprendere cosa davvero questi siano e cosa comporta diventarne il leader.

C’è la costituzione di un “noi”, dietro quella carica propulsiva che li destina al successo. Da quel “noi”, parimenti, dipende anche il successo di una leadership. Ma questa costruzione (il noi) e questo percepirsi parte di un’unità, non è una condizione né ovvia né data per certa. Motivo per il quale abbiamo deciso di approfondire questi temi, in una serie di incontri organizzati con il Branch Lazio.  Il tutto per fornire a chi i gruppi di progetto li guida (e vuole esserne non solo il manager ma soprattutto il leader), strumenti per costruire la propria leadership così da destinare al successo la propria impresa.

Per quanti interessati, in ordine cronologico:

1. Il primo incontro, aperto a tutti, si terrà in presenza sabato 16 Settembre, dalle ore 9:45 alle ore 13:00. Non perdete questo evento poiché dedicheremo a questi temi un’intera mattinata. Sarà un’occasione speciale in cui, dopo aver parlato di cosa è la leadership, ne passeremo in rassegna la costruzione attraverso un caso di studio grazie al quale capiremo, implicitamente, anche come si costruisce un team coeso strumento dell’azione “del” o “della” leader . Termineremo l’incontro affrontando il tema della “comunicazione”, con un particolare focus dedicato alla comunicazione di “un” o “una” leader. 

L’incontro si terrà presso la Sala Conferenze dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Latina. Di seguito il link alla locandina dell’evento, con il programma dei temi trattati durante il seminario:

https://www.pmi-centralitaly.org/pmici-events/leadership-3/

2. Webinar, aperto a tutti, mercoledì 25 Ottobre 2023, dalle 18:30 alle 19:30.

In questo primo webinar ci focalizzeremo su cosa la leadership è, per poi osservare come si costruisce una leadership di potere e successo. Ad oggi, l’evento è ancora in attesa di essere pubblicato su:

https://www.pmi-centralitaly.org/eventi-2/

3- Webinar, aperto a tutti, mercoledì 22 Novembre 2023, dalle 18:30 alle 19:30. In questo secondo webinar invece, studieremo come è possibile trasformare un gruppo, nello strumento di azione di un leader e vedremo come l’uno concorre al successo, dell’altro. Ad oggi, l’evento è ancora in attesa di essere pubblicato su:

https://www.pmi-centralitaly.org/eventi-2/

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  • Romina Mandolini

    Laureata in “Comunicazione, Media e Pubblicità” è una studiosa e divulgatrice indipendente di conoscenze legate alla Comunicazione e alla Psicologia sociale, nella loro applicazione alle dinamiche legate ai comportamenti organizzativi o meglio, a quelle dinamiche che si trovano alla base dei comportamenti che gli individui adottano quando lavorano in gruppo (leadership, motivazione, commitment, negoziazione, produttività e performance di gruppo, etc.). In questo contesto svolge attività di scrittrice, divulgatrice e speaker. Lavora in una importante azienda di telecomunicazioni italiana. Ha una vasta esperienza in ambito project management. É autrice di libri, curatrice di un blog personale sui temi della leadership, dei gruppi e della comunicazione. Collabora con alcune riviste di management; fa parte, come volontaria, del PMI CIC Branch Lazio ed è la responsabile del Comitato editoriale del PMI Central Italy

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